SAN MARINO FILM FESTIVAL day 7 Parte 2. La Città Ideale di Luigi Lo Cascio: Recensione e Intervista

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Luigi Lo Cascio versione regista, alla sua opera prima.

San Marino Film Festival giorno 7. Dopo la parata di attori e registi e aver avuto un maestro assoluto del cinema come Francesco Rosi, ma anche Turturro e Rade Serbezija, non poteva mancare la presenza di uno dei migliori attori che abbiamo nel nostro panorama cinematografico. Luigi Lo Cascio, qui in veste doppia, anzi tripla, in quanto nel suo ultimo film La Città Ideale, non è solo il protagonista che dà vita al personaggio di Michele Grassadonia, ma anche lo sceneggiatore e il regista di questo piccolo capolavoro.

Il film ruota attorno le vicende di Michele Grassadonia, ecologista incallito che ha optato per una vita ad impatto zero. Una sera di tempesta, mentre viaggia con l’auto ibrida presa in prestito, scorge la “carcassa” di un uomo sul ciglio della strada e da quel momento cominciano i suoi guai. Lo Cascio si conferma autore e oltre che grande attore  in questo suo esordio alla regia. Un film capace di intrattene il pubblico strizzando l’occhio a Hitchcock o meglio alla struttura del sui film. La città Ideale  porta a l’enorme capacità di provare subito empatia per il protagonista dopo i primissimi minuti di film e con lui ti trascina in questa spirale di sfortunati eventi che porteranno lo stesso a mettersi in discussione. Un enorme plauso va anche alla donna che interpreta la madre del protagonista, che per l’appunto è la madre di Lo Cascio, che al suo primo tentativo di recitazione porta sullo schermo tutto ciò che vuol dire essere madre e questo lo si percepisce degli sguardi che essa ha con il figlio più che dalle parole ( sguardi che solo una madre può avere nei confronti del figlio). Memorabile la scena dei due che provano il colloquio. Film a tratti Collodiano (Lo Cascio che si confronta con i magistrati con una purezza e ingenuità quasi pinocchiesca) è uno splendido esordio alla regia di un grande attore e un grande autore che sa calarsi perfettamente nei due ruoli senza che l’uno possa interferire sull’altro.

L'attore con Aida Burrano madre sia nel film che nella vita.

L’attore con Aida Burrano madre sia nel film che nella vita.

 

L'attore con Aida Burrano madre sia nel film che nella vita.

L’attore con Aida Burrano madre sia nel film che nella vita.

Durante la giornata abbiamo potuto anche assistere all’ultimo stupendo CineCocktail di Claudia Catalli nel quale l’attore si è concesso ad una bellissima chiaccherata di un’oretta in cui abbiamo potuto sentirlo parlare di cinema e non solo.

Un personaggio come Peppino Impastato, che abbiamo visto in questa prima clip, ti sarà rimasto addosso per parecchio?
Sì, il film è del 2000, l’abbiamo girato nel 1999, ma il bello è il fatto di aver fatto conoscere una storia che anche in Sicilia non era così nota, nonostante il grandissimo sforzo di cammino e di giustizia che ha fatto la famiglia, il fratello Giovanni e la madre Felicia, che purtroppo qualche anno fa ci ha lasciato. E ci ha lasciato orfani, perché veramente era la madre di tutti noi. Ho incontrato persone che sono andate a Cinisi dopo il film, alla casa di Peppino che ora è una specie di museo o che si sono iscritti a legge per fare i giornalisti o i magistrati. Questo è uno di qui film che hanno inciso nella coscienza delle persone, è toccato a me farlo, ne sono felice e mi ha permesso di frequentare quell’ambiente, la sua famiglia è stata una grande esperienza che mi porto dentro come persona più che come attore.

Un’interpretazione per altro viscerale. Mi piacerebbe farle vedere un’altra clip che viene dallo stesso film, I Cento Passi. Parla della bellezza e mi piacerebbe commentarla con te.
Riguardando queste scene è stato bellissimo recitare con attori come Claudio Gioè e tutti gli attori del cast. Queste due scene hanno un qualcosa in comune che ha a che fare con il cinema. Cioè questa lotta forsennata contro il tempo, in cui bisogna fare le scene in un tempo circoscritto. La considerazione convenzionale è che al cinema si può sbagliare perché bisogna fare tanti ciak e a teatro invece no. Invece è esattamente il contrario per me. A teatro si può sbagliare e magari il pubblico non se ne accorge, mi dispiace creare un po’ di disincanto, ma capita a teatro che due attori parlano mentre stanno recitando. Il palcoscenico prevede una realtà più illusionista che prevede anche la divagazione e l’errore. Invece nel cinema devi per forza fare quella scena, non si torna sul  luogo del delitto. La scena de I Cento Passi della prima clip, la prima parte che siamo davanti alla casa di Peppino, quella è la casa reale di Impastato così come le finestre verso cui ci battiamo sono veramente quelle di Badalamenti e la scena davanti a casa l’abbiamo fatta verso le 9 di sera e poi il direttore della fotografia Roberto Forza doveva illuminare tutto il corso di Cinisi. Allora guardandomi mi ricordo che c’erano tutti questi palloni pieni di luce e questa preparazione è durata dalle 10 circa, fino alle 4 del mattino. Eravamo io e Paolo Briguglia su queste sedie ad aspettare e poi una volta che toccava a noi il regista disse: “Adesso dobbiamo farla prima che arrivi la luce”. Siamo riusciti a fare una scena così complessa con due ciak e lo stesso per la scena della bellezza. Siamo andati tre volte sul luogo, perchè c’era la nebbia. Per due volte siamo dovuti andare via e alla terza abbiamo visto che si avvicinava qualche banco di nebbia. Il regista ha detto di farla subito o mai più. Infatti se ci fate caso è tutta un piano sequenza per poterla prendere tutta, in maniera che la potessimo finire prima che arrivasse la nebbia.

Luigi facciamo un passo indietro. Partiamo da come Lo Cascio è diventato Lo Cascio. Tu nasci dal teatro e quindi ti volevo chiedere, prima di tutto, che  legame hai con il palcoscenico e poi, visto che si parlava di bellezza, la difficoltà di trovare la bellezza. E’ un tema gigante, rapportato al tuo lavoro: per esempio la bellezza di un copione, la difficoltà di rintracciare la bellezza in una parte che scegli.
Questa è una parte del problema, il fatto della difficoltà nel rintracciare la bellezza. Secondo me è la difficoltà di renderla ancora riconoscibile per gli altri. Perché magari tra di noi, tra registi e sceneggiatori possiamo scambiarci delle idee che sembrano interessanti, che sembrano belle. Il problema è che sempre meno queste cose sembrano essere interessanti anche per gli altri. Un film come La Città Ideale, per esempio, è considerato in Italia come un film complesso e difficile, mentre ad un festival all’estero, per esempio a Nantes, ha vinto il premio dei liceali. Cioè, ciò che per i liceali francesi è qualcosa di comprensibile e da premiare, per noi risulta difficile. Sta diventato impossibile. E’ come una censura molto profonda per chi, nel momento creativo, già si taglia le mani e scrive con la parte più stupida della propria immaginazione per inseguire una semplificazione dei gusti che imprigionano sempre di più le possibilità del cinema.

Tutto questo per un autore può considerarsi auto censura?
Sì, sì è proprio questo quello che voglio dire. Se tu sai già che quel film sarà considerato difficile e quindi non troverai un distributore, quindi gli esercenti, giustamente dal loro punto di vista storceranno la bocca perché questi film sembrano non avere più il loro pubblico. Non è che siano film più difficili, sono film che fino a 10 anni fa avevano il loro pubblico, ma sembra che ora non lo trovano più. Questa è la situazione. Quindi cosa fare? O continuare così aspettando qualcosa, quindi avere anche tra le prospettive di sollecitare il gusto oppure inseguire questo margine di semplificazione, che si sta spostando sempre più verso il basso portando a fare cose sempre più semplificate, più ovvie e che durano il tempo di una proiezione e sarano già dimenticate.

Mentre vediamo la prossima clip ti chiedo di raccontare di questo progetto (La Città Ideale) e anche di come lo stai continuando a seguire. Come procede il percorso di questa pellicola?
Come attore io spero e credo di esserci totalmente nelle cose che faccio e quindi quando vado in giro mi piace dare il mio contributo e la mia testimonianza, però è già nel vocabolario che l’attore faccia un po’ una parte quindi sono totalmente coinvolto in una parte del film. Invece, da regista, avendolo anche scritto, suggestionato dalle mie passioni e dal mio gusto, e l’essere stato presente in ogni fase del progetto fino al montaggio e a questi momenti in cui li film viene accompagnato come si presenta un figlio ai parenti, lo si porta in giro e la cosa va continuando per fortuna. Il film è uscito al Festival di Venezia l’anno scorso poi l’ho portato in giro. Insomma è molto bello continuare a viaggiare e questa cosa mi piacerebbe che continui ancora.

Mi piaceva chiederti com’è dirigere la propria madre sul set. Tra l’altro è una grande rivelazione, un’attrice meravigliosa, generosissima.
Devo dire che da San Pietroburgo a Madrid, nei festival dove sono andato, sia a chi è piaciuto sia a quelli che il film non è piaciuto, devo dire che mia madre è sempre stata convincente. Lei non ha mai recitato, ha fatto l’insegnante per molti anni, non ha mai neanche recitato una poesia in pubblico, è il tipo che non vuole neanche entrare nelle foto dei compleanni, è molto schiva e abbiamo iniziato tutto facendo delle prove. Lei all’inizio non voleva farlo. Diceva: “Ma no ti rovino il film”. Quindi facemmo queste prove  su Skype. Sia io che lei abbiamo ricevuto i primi rudimenti su come si usa un PC e come ci si collega su Skype e devo dire che ha preso le cose molto seriamente. Facevamo queste prove io da Roma e lei da Palermo. Ad Agosto lei si presentava con questo cappellino di lana vedendo che grondava sudore, proprio perché lei si presentava con il costume. Io gli avevo detto: “Mamma devi imparare le battute perfettamente a memoria, quella è una cosa fondamentale per un attore”. Siccome mia madre è molto religiosa, lei ripeteva per il quartiere le battute e la gente credeva che aveva delle crisi mistiche, che aveva dei dialoghi privilegiati con le alte sfere. Comunque abbiamo fatte queste prove a distanza e mi ha anche molto stupito perché ha fatto quello scatto che si dovrebbe fare sul set. Tra l’altre lei è sorella di Gigi Burrano che è presente nel film e fa mio padre anche ne I Cento Passi.

Tua madre ha sempre appoggiato questo tuo percorso?
Io studiavo medicina. Ho finito gli esami dei primi due anni, vengo da una famiglia dove sono tutti medici e mio padre era un chimico. Mi sarebbe piaciuto anche fare qualcosa insieme. All’inizio per loro è stata un po’ una delusione, lo vedevano come un salto nel vuoto. Perché quelli erano tempi in cui fare l’attore o altre arti significavano appunto l’inizio di un percorso che andava verso il buio, l’incertezza. Adesso, secondo me, sia che tu fai medicina che tu faccia recitazione è praticamente la stessa cosa. I ragazzi di adesso su questo sono un po’ avvantaggiati perché nessuno può dirgli che ci sono strade sicure. Però poi si sono convinti perché sono entrato alla Silvio D’Amico a Roma e vedevano che l’impegno da parte mia era stato riconosciuto, oltre ad un mio talento.

Ora vediamo una clip che viene dalla tua esperienza al teatro Valle.
Io sono contrario a questo cose, ho sempre cercato di non fare delle riprese a teatro. Anche la frase ‘come stai?’, un conto è  rispondere alla propria madre e un conto è rispondere a uno per strada. Quindi quello che una condizione di questo tipo nega è il contesto. Le persone che erano lì al Valle sapevano quello che stava per succedere, avevano scelto di assistere a questa cosa. Quindi al di là del gusto tecnico, lì si aveva un piacere di assaporare della performance perché si stava immersi in questo suono, è il fatto di arrivare in maniera occasionale a parole di quel tipo, rende tutto meno significativo dell’occasione in cui le cose accadono. Però d’altra parte anche io vado a cercare su You Tube quello che fanno gli altri, quindi l’accetto ma se fosse per lascerei tutto nell’ambito in cui avvengono.

Perchè in un esperienza come quella del Valle tu vai a scegliere una lettura su Leopardi?
Perchè se il cinema è sempre più inchoiodato e appiattito, il teatro rimane uno spazio in cui si può contiuare a parlare in endecasillabi, perchè , tornando anche un po’ ai luoghi, per convenzione lì è possibile dire qualcosa che può diventare sempre più incomprensibile come un inno che Leopardi fece all’Italia. Se uno non approfitta dei luoghi come il teatro, la poesia rischia di non essere più un’esperienza che crea comunità.

Hai altri progetti teatrali?
Sto preparando uno spettacolo tratto dall’Otello. Verremo anche qui vicino, a Cesena, ed è un testo tratto dall’Otello dove io farò Iago. Sarà una cosa a quattro persone dove tenterò di fare qualcosa sempre con il massimo dell’attenzione e passione.

Lei ha fatto molti personaggi impegnati e molti film importanti per la nostra storia italiana. Ha un po’ sentito il peso della responsabilità per questi personaggi? Come si è preparato per rappresentarli, come esempio il personaggio di Peppino o in Buongiorno Notte?
E’ chiaro che personaggi come Impastato hanno un senso di responsabilità molto forte perché si riferisce, non soltanto a qualcosa di anonimo come il pubblico, ma alle persone che lo hanno conosciuto, amato e lottato per far arrivare la verità. Per anni lo Stato non ha mai chiamato la famiglia Impastato. Andava avanti la tesi del suicidio e dell’attentato maldestro alle linee ferroviarie. Non è mai stato riconosciuto. La responsabilità era anche nel ricreare una persona reale. Anche Nicola Carati de La Meglio Gioventù è un uomo che ha tutta la mia ammirazione, però mentre io recito non penso a tutto questo se no diventerebbe un macigno che rischia di paralizzarmi. Perciò mi preparo su quello che devo dire nelle relazione con gli altri personaggi. Quindi in realtà io cerco di non pensare all’effetto che può ricreare, ma sul compito giornaliero.

Lo Cascio al Cinecocketeil

Lo Cascio al Cinecocktail

 

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