SAN MARINO FILM FESTIVAL day 7 parte 1. Anteprima mondiale di Nothing Against Life e intervista al regista Julio Ramìrez

Immagine 1

Il San Marino Film Festival chiude col botto con gli ultimi film in concorso. Per voi abbiamo visto l’anteprima mondiale di Nothing Against Life, opera prima del regista colombiano Julio Ramìrez, con il qualche abbiamo fatto una lunga chiacchierata scoprendo dietro l’artista anche una bravissima persona. Poi è arrivato il momento tanto atteso dell’opera prima come regista dell’attore Luigi Lo Cascio, La Città Ideale. Pubblicheremo anche la sua intervista al Cinecocktail del festival condotta dalla giornalista Claudia Catalli.

NOTHING AGAINST LIFE di Julio Ramìrez, 2012 [IN CONCORSO]
Quattro storie con un unico filo conduttore: la sofferenza interiore, la lotta contro i propri demoni e la ricerca della redenzione. La cinepresa entra nelle tristi vite di questi quattro personaggi per esaminare ogni situazione che li circonda. La madre che vive un rapporto distaccato con la figlia ed il marito sempre lontano da casa, una ragazza amante della letteratura che cerca ma non trova aiuto dalla sorella ed infine due giovani ragazzi, l’uno aspirante scrittore tormentato dalle donne e l’altro che sfoga la propria depressione nell’arte. Quattro personaggi che potrebbero essere tra noi, persone anonime che ci passano davanti ma di cui spesso non ne comprendiamo le sofferenze. La regia entra in maniera pulita nelle loro anime, nella loro inconscia possibilità di redenzione ricalcata dalle forti musiche che accompagnano tutto il film. Una splendida Seattle notturna che vive per loro e vive di loro, anime perse nel caos cittadino, fotografato come una candida linea di sofferenza da Carl Adelson, anche produttore del film.  Un film molto complesso che difficilmente sarà portato nei cinema perchè tocca argomenti spigolosi per il grande pubblico, come il suicidio e la sofferenza. A riguardo ci ha lasciato un intervista il talentuoso regista Julio Ramìrez, colombiano di nascita, italiano d’adozione per gli studi svolti tra Milano, Roma e Firenze (parla un buon italiano) ma ora lavora con la sua piccola produzione tra New York e Seattle, vera e propria metropoli del cinema indipendente americano.

Julio Ramìrez, lei ha trattato un tema molto toccante e molto difficile. Com’è nato questo progetto?
Ho un amico che si è suicidato quando aveva 16 anni e nessuno ne parlava mai a scuola, era una scuola cattolica molto ristretta ed è stato bruttissimo per tutti noi non parlarne. Questa vicenda è rimasta nella mia mente e ci ho pensato per anni. Poi quando sono andato a Seattle ero innamorato della vita e della musica di Kurt Cobain, li ho incontrato persone che lo avevano conosciuto e mi hanno raccontato che aveva una malattia bruttissima nel sistema digestivo che lo ha portato all’abuso di eroina. Ma nessuno parla mai del dolore che lo ha portato a drogarsi, perchè non è romantico. Nello stesso periodo a Seattle mi hanno diagnosticato la stessa malattia così ho iniziato a fare la ricerca con specialisti sul tema del suicidio: ci sono numeri altissimi, ogni 30 secondi nel mondo qualcuno si suicida, ogni 18 minuti solo negli Stati Uniti e uno al giorno a Seattle. Ho deciso anche di raccogliere testimonianze di persone che hanno tentato il suicidio e tantissime persone mi hanno contattato anonimamente. Numeri altissimi. Anche molti amici hanno iniziato a parlare di questo problema, amici che conoscevo da anni ma non sospettavo soffrissero di depressione.

Quindi anche a te hanno diagnosticato questa malattia di cui tratti nel film. E’ dovuto a questioni psicologiche?
No è una malattia del sistema immunitario che crea il dolore, è questo che aveva Kurt Cobain. Un problema di cui non si sa la causa. Io per anni ho dovuto prendere delle medicine per sopprimere questo dolore, ma queste medicine mi hanno  dato il cancro e io ho lottato il cancro tutto l’anno scorso. Un anno difficile in cui non sapevo se ce l’avrei fatta o no. E’ stato difficile andare avanti ma ora sono qui. Ho dovuto interrompere il progetto arrivati al test screen in cui 150 persone sono venute per vedere il film e criticarlo. Un’esperienza bellissima e bruttissima allo stesso tempo, nessuno sa che eravamo li ed è stato utile nei cambiamenti apportati poi al film, abbiamo tagliato 30 minuti.

Com’è nata la tua collaborazione con Carl Adelson (direttore della fotografia e produttore)?
L’industria indipendente nel panorama cinematografico a Seattle è molto grande. Ho conosciuto Carl mentre stava dirigendo il suo corto sul suicidio. Lui si è molto interessato al mio progetto ed abbiamo iniziato a lavorarci insieme. Lui ha una storia molto simile a quella del mio amico d’infanzia e per questa ragione ho scoperto che lui era molto interessato al tema.

La sceneggiatura ci ha ricordato molto uno sceneggiatore del calibro di Alejandro Gonzales Inarritu. Come lui hai scelto un tema di cui parlare e ci hai costruito un intreccio di storie che si incrociano tra di loro.
E’ uno dei miei registi preferiti, ho visto tutti i suoi film. Già è tanto per me avere un decimo del suo potenziale. La sua voce nel raccontare storie è molto più sofisticata di altre storie simili raccontate negli Stati Uniti. E’ un regista molto vicino alla realtà.

Dagli Stati Uniti siete arrivati qua a San Marino, un festival giovanissimo. Come siete arrivati qua?
Io penso che l’industria sta cambiando tantissimo e cambierà ancora nei prossimi 4/5 anni perchè ci saranno tantissimi problemi ad Hollywood e sta cambiando anche nelle produzioni indipendenti. Dopo il cancro vedo la vita in maniera diversa e ogni film ha un giorno diverso. Ho capito che questo film non è il film con cui voglio combattere per ottenere un certo tipo di distribuzione. Allora abbiamo iniziato a consultarci per andare lontano. Abbiamo scelto festival europei e asiatici che potrebbero essere più adatti per raccontare storie così. Al Tribeca o al Sundance cercano cose più documentaristiche e realistiche. Ho deciso quindi di buttarmi in festival in cui non conosco il posto e la gente, voglio solo andare e vedere come va.

Prossimi progetti futuri? Stai già lavorando a qualcosa?
Ho iniziato a sviluppare due progetti. Uno riguarda i diritti umani a Cuba. Un problema molto particolare che mi è sembrato molto divertente all’inizio ma una volta fatta la ricerca ho capito che è un problema profondo: i problemi sui diritti dei gay a Cuba. Per loro  è corretto stare con una persona dello stesso sesso ma al di là ci sono tante contraddizioni su queste leggi. E’ una storia molto difficile da sviluppare perchè va contro interessi politici per cui ci sarà da negoziare. L’altra storia riguarda l’estremismo. Estremismi religiosi e politici, ovvero quando l’uomo perde l’oggettività. L’estremismo nasce a casa dai piccoli problemi che ci sono in famiglia o di abbandono quando ti lascia una persona. Quando ti succede ciò diventano importanti i gruppi, anche politici, che ti offrono aiuto e ti dicono vieni da noi, siamo la tua famiglia, ti diamo le idee, ci prenderemo cura di te. E tu sei affamato.

Quest’ultimo sembra più un documentario.
Si ma mi piacerebbe fare qualcosa di drammatico su un piano presente e uno passato. Ora stiamo sviluppando tutte queste idee e guarderemo al budget, poi prenderemo le decisioni sul da farsi entro quest’anno.

Un nostro caloroso abbraccio a questo grande artista dal cuore immenso ed un augurio nel riuscire a realizzare i suoi sogni, sperando che in futuro le nostre strade si incroceranno di nuovo.

recensione di Lorenzo Scappini
intervista di tutti i Dammits

giorno_7_51

giorno_7_49

Il regista Julio Ramirez (a sinistra) e il produttore/direttore della fotografia Carl Adelson

 

Nessun Commento

Aggiungi il tuo commento

Your email address will not be published.