SAN MARINO FILM FESTIVAL DAY 5 Parte 2. In concorso Salvo e Come Pietra Paziente

La quinta giornata del festival sammarinese non è stata “solo” dedicata all’incontro tra Rosi, Turturro, Serbedzija e Pippo Baudo perchè prima e dopo la proiezione di La Tregua abbiamo visionato due film in concorso di alto livello. Due seri candidati alla vittoria del Titano d’Oro nella selezione ufficiale.
COME PIETRA PAZIENTE di Atiq Rahimi, 2012 [IN CONCORSO]
Opera prima dello scrittore afgano naturalizzato francese Atiq Rahimi tratto dal proprio libro del 2009 Pietra di Pazienza. In uno scenario terribile ed attuale dell’Afghanistan sotto bombardamenti una donna sola cresce le due figlie e accudisce il corpo esanime del marito, appena tornato dalla guerra con un proiettile conficcato nel collo. In preda alla disperazione per una situazione che non riesce a reggere la donna chiede aiuto ad una zia che gestisce un bordello di Kabul, consigliandole di parlare come si fa ad una “pietra paziente“: una leggenda secondo cui, ponendo una pietra ai tuoi piedi, le parli di tutto come una confessione e solo nel momento in cui la pietra sarà colma di racconti lei si spezzerà donandoti la pace spirituale. Prendendo queste parole come esempio inizia a parlare al corpo del marito, confessandogli segreti che non gli avrebbe mai detto, discorsi per cui l’avrebbe potuta tranquillamente uccidere in altre circostanze. Ma ad un certo punto si presenta in casa un soldato che farà capire alla donna i veri piaceri del corpo, piaceri mai provati in 10 anni di matrimonio con il marito, il quale non le ha mai dato neanche un bacio. Una storia affascinante e trascinante, uno sguardo insolito nella controversa guerra afgana dal punto di vista della moglie di un soldato musulmano. La stessa donna sta a rappresentare la forza femminile dietro ogni conflitto, introdotta benissimo con le parole: “La ferita è ancora aperta, ma quanto ci vuole? Tu non senti il dolore, ma come si può vivere con un proiettile in corpo? Tu stai li e sono solo io a soffrire.” Parole fortissime rivolte al marito in coma ma allo stesso tempo paradigma di ciò che prova per il suo paese soggiogato e per il quale si è stancata di soffrire inutilmente. Solo grazie alla fede verso il Corano ma soprattutto verso la psicoanalisi consigliata dalla profezia della pietra paziente la donna inizierà a trovare i primi sollievi, dopo lunghi ed interminabili monologhi rivolti al corpo senza segni di vita. Una regia asciutta e simmetrica, una sceneggiatura forte che semina e dà al punto giusto scritta da Rahimi assieme allo sceneggiatore Jean-Claude Carrière, storico collaboratore di Bunuel (anche nel film Bella di Giorno visto al primo giorno di festival), una fotografia che non stilizza troppo coadiuvata da una scenografia che dona elementi sempre molto colorati, come i veli delle donne afgane. Un film che fa riflettere, uno spaccato di storia che siamo abituati a vedere dagli occhi dell’altra fazione o da chi sta in guerra mentre non dobbiamo dimenticare che in una casa, quando c’è uno che parte, c’è sempre qualcuno che aspetta. Ma soprattutto il significato esplicito: “Chi non sa fare l’amore, fa la guerra“.
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SALVO di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, 2013 [IN CONCORSO]
Salvo è il sicario di un boss mafioso appena sfuggito ad un agguato di un clan rivale. L’ordine per Salvo è di far fuori il mandante del suo omicidio, ma quando riesce ad intrufolarsi nel rifugio dei rivali scopre che a tenere i conti della società criminale è una ragazza cieca. Per compassione o per qualche altra ragione decide di risparmiarla e portarla con se in un magazzino abbandonato, rendendola di fatto propria prigioniera. Salvo cerca di avvicinarla ma senza successo, ricorrendo quindi alla violenza. Ma tra i due si instaura un rapporto, un rapporto strano e complicato, ai limiti della Sindrome di Stoccolma. Intanto Salvo vive nascosto nella casa di due normali operai, il marito interpretato da un grandissimo Luigi Lo Cascio, splendido nella figura del siciliano che ha paura o è stanco di ribellarsi, immagine di una Sicilia servile ma logora. Intrigante come i due registi/sceneggiatori vogliano simboleggiare l’omertà nel non vedere la criminalità tramite il personaggio della donna cieca, ovvero coloro che non vogliono vedere ma ci sono dentro. Un piccolo grande film di denuncia che usa pochissime parole, il protagonista non parla quasi mai. Il migliore esordio italiano alla regia di quest’anno.
Qualche settimana fa abbiamo avuto l’occasione di chiacchierare con uno dei due registi del film, Antonio Piazza, alla presentazione riccionese del film; serata in cui il regista ci ha raccontato riguardo le difficoltà economiche avute durante la produzione e di come sarebbe stato impossibile realizzarlo senza il contributo produttivo arrivato dalla Francia. Ci ha anche raccontato dell’attore protagonista che interpreta Salvo, l’israeliano Saleh Bakri, che ha dovuto imparare l’italiano e poi il dialetto siculo, mentre l’attrice Sara Serraiocco è vedente e per preparasi al meglio ha vissuto per giorni con una bambina cieca, invece sul set indossava delle lenti “accecanti”. Infine sono da notare i due piani sequenza iniziali all’interno dell’appartamento della ragazza cieca, da circa 10 minuti ciascuno, in cui la telecamera segue Salvo nella sua perlustrazione della casa fino all’incontro con la ragazza. Il regista poi ci ha confessato che non ci sono voluti tanti ciak, circa 5 o 6 per ogni scena. Pochissimi se si pensa che con due riprese hai già completato 1/4 del film.
recensioni di Lorenzo Scappini
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